Biblioteca Civica Bertoliana

Novità

La regola segreta di San Francesco

La regola segreta di San Francesco

Agli inizi del Trecento, a meno di un secolo dalla morte del santo, l’ordine francescano è in guerra. Da una parte i “conventuali”, una fazione diventata ormai ricca e potente, insediata nei palazzi del potere e nelle università; dall’altra gli “spirituali”, un’agguerrita minoranza di frati che accusa i vertici di aver tradito il messaggio originale del fondatore. Al centro della contesa c’è un mistero che dura da un secolo: l’esistenza di una “Regola perduta”, un testo autografo di Francesco d’Assisi, prima che le ingerenze della Curia romana e i compromessi politici ne annacquassero la portata rivoluzionaria. Barbara Frale, storica e paleografa in servizio presso la Santa Sede, attraverso documenti inediti, pergamene dimenticate e protocolli segreti della cancelleria apostolica, ricostruisce la vera storia di quel foglietto “scandaloso” che Francesco portò a Roma nel 1209. Cosa accadde davvero quando il santo si trovò faccia a faccia con Innocenzo III, il papa più potente del Medioevo, tra gli ori e i mosaici del Laterano? Perché quel primo testamento, basato sulla povertà assoluta e sull’imitazione letterale del Vangelo, fu respinto e poi insabbiato per decenni? E quale ruolo giocarono cardinali ambiziosi e manovre di palazzo nel trasformare una fraternità di “pazzi di Dio” in un ordine disciplinato al servizio della Chiesa? Dal “conciliabolo delle latrine” che decise un conclave alle strategie per screditare i testimoni scomodi come Ubertino da Casale e Angelo Clareno, l’autrice svela i retroscena di una battaglia secolare. La Regola segreta di san Francesco non è solo la storia di un documento scomparso, ma il racconto vivido di un dramma umano e politico: la lotta impari tra il sogno radicale di un uomo che voleva vivere “senza nulla di proprio” e la realpolitik di un’istituzione millenaria che governava il mondo intero.

Joanna degli incanti

Joanna degli incanti

Palermo, 1640. Una monaca carmelitana è rinchiusa nelle prigioni della Santa Inquisizione in attesa di conoscere il motivo del suo arresto. Per rassicurare un misterioso compagno di cella, inizia a raccontare, perché «una buona storia svia la solitudine e inganna la morte». Joanna De Austa, questo il suo nome, ha avuto un'infanzia segnata dalla perdita di un padre avventuriero e dalla presenza di una madre afflitta dalla vedovanza e priva di slanci. Ma lo zio vescovo è stato per lei un mentore straordinario: di mente aperta e anticonformista, conoscitore dei libri proibiti, le ha trasmesso l'amore per la poesia, le arti e le lingue straniere. E ha protetto la sua amicizia con Nucidda, la figlia della governante, una bambina cieca da cui Joanna ha imparato un nuovo modo di vedere, che non ha bisogno dello sguardo. Questa profonda sapienza la guiderà in un'impresa capace di riscattarla da una vita difficile e dalla gabbia di un matrimonio imposto. Con un'intuizione del tutto innovativa per il suo tempo, Joanna fa della cartiera di famiglia una piccola casa editrice, dimostrando di saper unire la passione per i libri al talento imprenditoriale. Il primo volume dato alle stampe sarà il Don Chisciotte. «Diventammo famosi» dirà «per aver fatto due cose impossibili. Far scrivere i ciechi. Pubblicare la storia di un pazzo.» Ancora una volta, Simona Lo Iacono trasforma in romanzo una storia vera di lutti e rinascite, rovesci economici e incontri cruciali, tenebre e luce: quella luce che brilla nel cammino delle donne verso la libertà.

La notte nel cuore

La notte nel cuore

Nathacha, Emma e Chahinez hanno attraversato la notte più nera, quella in cui l'amore diventa controllo, possesso, annientamento. Tutte e tre hanno provato a fuggire dai loro compagni violenti, per salvarsi. Solo una può raccontarlo. "La notte nel cuore" ci parla con una voce piena di forza, urgenza e poesia. Una voce che è necessario ascoltare. «Nathacha Appanah ha trovato le parole per dire l'impronunciabile, mostrando così la forza della letteratura» («Elle») Nel maggio 2021 Nathacha Appanah apprende dell'omicidio della giovane Chahinez Daoud, avvenuto a Mérignac, nei pressi di Bordeaux. L'ex marito l'ha spiata, inseguita, braccata, le ha sparato alle gambe e l'ha bruciata viva in strada, a pochi metri da casa sua. La morte di Chahinez risveglia in Appanah un dolore che viene da lontano: la perdita della cugina Emma, brutalmente assassinata dal marito a Mauritius nel 2000. E riapre una ferita personale, profonda. È una storia che l'autrice non ha mai raccontato, a cui ha evitato di pensare a lungo. Una storia che adesso bisogna scrivere. Perché per poter restituire la voce a Emma e Chahinez, condannate per sempre al silenzio, Appanah deve partire da sé stessa, da quella ragazza che dai diciassette ai venticinque anni ha avuto una relazione con un uomo geloso, possessivo, violento, che l'ha abbindolata, isolata da tutti, piegata, asservita. E quasi uccisa. Appanah si affida a queste pagine ripercorrendo la propria esperienza, mentre ricostruisce le esistenze di Emma, moglie e madre imprigionata in un matrimonio senza via d'uscita, e di Chahinez, che aveva avuto la forza di divorziare, di ricominciare, di lasciare l'Algeria sperando in un futuro migliore per sé e i figli in Francia. A queste donne, oppresse dal controllo di uomini incapaci di rispettare le loro scelte e la loro indipendenza, Appanah dedica la sua lotta contro l'oblio che troppo spesso circonda i femminicidi. Capitolo dopo capitolo, esamina le narrazioni della stampa, della giustizia, dei colpevoli, riferisce i ricordi di famigliari e amici, analizza le dinamiche della violenza cercando di portare alla luce il meccanismo fatale in cui sono rimaste intrappolate Emma e Chahinez. Con parole limpide, precise, di una bellezza struggente, Nathacha Appanah intreccia la sua verità a quella di Emma e Chahinez, attraversando la notte che nei loro cuori ha preso il posto dell'amore.

Non ci capisco un Picasso

Non ci capisco un Picasso

Belli i dipinti moderni, ma… da che parte si guardano? Le avanguardie, spesso considerate dai non addetti ai lavori astruse, incomprensibili o distanti dal sentire comune, nascondono invece un potenziale straordinario e inaspettato: quello di fornirci una diversa inquadratura, per affrontare la vita con occhi nuovi. Dall’energia dirompente dei futuristi alla provocazione dei dadaisti, dal rigore di Mondrian all’ironia di Duchamp, questi artisti raccontano storie capaci di dialogare con le nostre paure, i nostri dubbi e desideri. Così Munch ci aiuta a fare spazio alle emozioni più profonde, come la perdita di un genitore; Picasso ci mostra la necessaria via della ribellione per aprirci al cambiamento; Hannah Höch spiana la strada alla rivendicazione della libertà, anche al femminile; Magritte ci sprona a sbarazzarci delle convenzioni e Matisse a trovare gioia, coraggio e forza anche durante la malattia. Dopo Notte di luna con Van Gogh, Raffaella Arpiani torna ad accompagnare il lettore in un viaggio sorprendente nelle avanguardie, trasformando ciò che a prima vista sembra complesso in una narrazione illuminante. Con uno stile coinvolgente, che ci fa conoscere gli artisti come se fossero protagonisti di romanzi, l’autrice non solo svela il significato di alcune delle opere più iconiche dell’arte moderna e contemporanea, ma dimostra anche come queste possano trasformarsi in esempi di resistenza, creatività e coraggio per affrontare il nostro presente. Così l’arte più audace può diventare una meravigliosa guida per il nostro incerto cammino. Un percorso nel cuore delle avanguardie, tra opere e artisti considerati talvolta incomprensibili, per trovare, nel loro linguaggio dirompente, risposte inusuali alle prove di ogni giorno.

Gli sfaccendati

Gli sfaccendati

Sulla sponda asiatica del Bosforo, come un monumento alla gloria passata, si erge la villa di Erenköy. Quando Sükrü Pascià, speziale di Abdülhamid II, la fece costruire, la volle con splendidi interni e lussuosi arredi perché fosse degna di accogliere il sovrano. Ora, è un palazzo cadente, con le grondaie penzolanti, gli intonaci screpolati, gli arredi decrepiti. Vista da fuori, è difficile credere che sia ancora abitata. Eppure, tra le sue pareti scrostate è accampata una bizzarra compagnia di sfaccendati, guidata dalla matriarca Leman Hanim, figlia di Sükrü Pascià e custode dell’antico splendore. Muammer, nipote di Leman Hanim, e sua moglie Ayla dormono in una grande camera al secondo piano. Avvocato che si guarda bene dall’esercitare la sua professione, Muammer non ha un centesimo di entrate. Anche Dündar Bey, vecchio rivoluzionario caduto in miseria, e Sükrü, poeta e narratore che odia sentire parlare di soldi, alloggiano al secondo piano. Al primo piano vi sono le camere di Galip Bey e Mürside, rispettivamente genero senza arte né parte e figlia beona di Leman Hanim. La matriarca soggiorna anche lei al primo piano, dove divide il talamo con Davut Bey, il marito che ha dato fondo ai propri averi senza che nessuno se ne accorgesse. Incompatibili per indole e carattere, gli sfaccendati vivono sotto l’ala protettrice e grazie alle ormai esigue fortune di Leman Hanim. Il cambiamento epocale che ha condotto alla nascita della Repubblica ha eroso, infatti, non soltanto gli stucchi e gli arredi del Palazzo Erenköy, ma anche il patrimonio della figlia di Sükrü Pascià. Ma in quel luogo, in cui il caos del presente risuona come un’eco lontana, gli sfaccendati non se ne curano. Degna di figurare tra le più divertenti e spietate storie di famiglia, l’opera di Melih Cevdet Anday è un romanzo in cui onore e decadenza, virtù e disincanto si alternano mirabilmente. La storia spietata e ironica di una matriarca e di una vasta corte di parenti e amici sfaccendati, in un classico della narrativa moderna turca tradotto per la prima volta in italiano.

Le ragioni della guerra

Le ragioni della guerra

Un orecchio mozzato. Dei pasticcini. Una partita di calcio. Banane. Un errore di traduzione. Sembrano dettagli minimi: materiali da cronaca laterale, inneschi per aneddoti saporiti, baruffe e resoconti buffi. Sembrano poca cosa, eppure, nei secoli, sono bastati a far divampare una guerra. Pretesti semplici, memorabili: il tipo di scintilla che rende una decisione presentabile, una scelta condivisibile, una violenza giustificabile. La storia lo insegna: non serve un casus belli perfetto, basta averne uno. A volte è l’ultimo episodio di un’escalation; altre è una narrazione pronta all’uso, ridicola solo in apparenza, cucita sopra interessi economici, paure collettive e ambizioni di potere. In questo libro, Simone Guida attraversa epoche e continenti per mostrare come, tra le facoltà del genio umano, ci sia anche quella di trasformare il futile in inevitabile, l’incidente in destino, la propaganda in religione. E mentre smonta i pretesti di conflitti grandi e meno grandi di cui è disseminata la storia, mette a nudo la domanda che resta, al fondo delle ricostruzioni: perché cediamo con tanta facilità alla violenza? Non è un interrogativo astratto, né una curiosità da manuale. È il punto esatto in cui la storia smette di essere lontana: perché ogni pretesto di conflitto funziona solo se trova terreno fertile in ciascuno di noi. Nella voglia di semplificare, nel bisogno di sentirci dalla parte giusta, nella disponibilità a scambiare la paura per certezza e l’egoismo per verità. Come ne L’inganno dei confini, in queste pagine la storia non è un museo da visitare, bensì uno specchio, a tratti impietoso e irridente, che riflette la nostra immagine e quella del nostro tempo.

Il finale si scrive da sé

Il finale si scrive da sé

Le vite di sei scrittori e scrittrici emergenti stanno per cambiare per sempre: un invito misterioso ed esclusivo li conduce a Skelbrae, l'isola privata al largo della Scozia dove il leggendario Arthur Fletch si è ritirato per lavorare al suo ultimo, attesissimo romanzo. Al loro arrivo, però, scoprono che Fletch è morto e che il libro è rimasto incompiuto. Decisi a pubblicarlo comunque, l'agente e l'editore dello scrittore lanciano agli invitati una sfida impossibile da rifiutare: ciascuno avrà settantadue ore per inventare un finale degno di Fletch, vincendo così una ricompensa milionaria e un contratto da tre libri con la Merriweather Press. Un'occasione che capita una sola volta nella vita. Il riscatto che ciascuno di loro cerca dopo anni di sforzi, delusioni e rifiuti. Isolati dal mondo, armati solo di una macchina da scrivere e di una pila di fogli colorati, i sei si ritrovano intrappolati in un vortice di ambizione, vanità e segreti. Ma i segreti, si sa, non restano mai tali a lungo, e perdere il controllo della propria storia può avere conseguenze molto pericolose. Il finale si scrive da sé è un giallo brillante e pungente, che si diverte a giocare con i cliché dei generi letterari e i retroscena dell'industria editoriale. E, mentre i protagonisti rincorrono la fama tanto agognata, una cosa diventa sempre più chiara: se iniziare un romanzo è difficile, arrivare vivi all'ultima riga, su quest'isola, potrebbe essere la vera sfida.

E dal cielo caddero tre mele

E dal cielo caddero tre mele

«E dal cielo caddero tre mele», dice ogni nonna armena per concludere una fiaba, «una per chi ha visto, una per chi ha raccontato e una per chi ha ascoltato». Cosí direbbe anche Sevojants Anatolija, che per età potrebbe essere nonna, ma che non è mai stata madre. La sua vita è tutt'uno con quella del paesino di Maran, tormentato dalla Storia, isolato dal resto del mondo. Ma nel sangue di Anatolija scorre anche la resilienza del popolo armeno, il suo senso dell'ironia e della solidarietà, la sua forza di rinascere. Perfino quella di credere nel potere salvifico delle fiabe sussurrate nelle orecchie dei bambini. «Quando uno scrittore crea un mondo - e insieme un nuovo modo di guardare un altro mondo - per noi lettori è una festa. Guadagniamo insieme a quello sguardo una nuova meta. Ai libri di Narine Abgarjan si arriva e poi si torna, e infine si ritorna ancora, con un incanto che resta» (Laura Imai Messina). «Venerdí subito dopo mezzogiorno, col sole che aveva scavalcato lo zenit e scivolava composto verso l'estremità a ponente della vallata, Sevojants Anatolija si coricò per prepararsi a morire». Cosí Narine Abgarjan ci apre le porte del villaggio immaginario di Maran, sulle montagne armene, dove trascorre, infelice, la vita di Anatolija. Dei cinquantotto anni compiuti a febbraio (unica della sua famiglia a non essere morta giovane), diciotto li ha passati con un marito violento e insensibile, covando invano la speranza di un figlio mai arrivato. Per tutto quel tempo Anatolija ha trovato rifugio nei libri della biblioteca dove lavorava, negli sguardi saggi degli animali da cortile, nelle parole dei vicini e delle amiche. Sullo sfondo, il microcosmo di Maran, teatro di tante vite che si mescolano, tutte immancabilmente segnate dalle catastrofi naturali di carestie e terremoti, dalla guerra, dai dolori personali, ma ciononostante dotate del dono della leggerezza, dell'ironia, di un buffo, cocciuto fatalismo, di un'incrollabile resilienza: a dispetto di tutto, la comunità sopravvive. Lo fa nelle narrazioni condivise, come il mito del pavone bianco che compare nei momenti di rinascita, e lo fa con il cibo, con le ricette di piatti antichi cotti sotto la cenere o nel miele che una bambina in visita dalla Russia chiederà di imparare. Sopravvive anche nella timida gentilezza di Vasilij, l'uomo con cui Anatolija ricomincerà a pensare al futuro, e nei gesti di vicinanza quotidiana con cui la solitudine viene spezzata come si spezzano le maledizioni. Cosí, come Anatolija, anche Maran dovrà ricredersi sulla propria fine, riscoprendo l'amicizia, l'amore e la solidarietà diffuse in un luogo che è tanti luoghi insieme, in gente che rispecchia un intero popolo aggrappato con le unghie alle pendici delle montagne e alla propria identità. In un'atmosfera sospesa fra la storia e la fiaba, con una scrittura moderna e ancestrale insieme, profondissima e lieve, ironica anche nella tragedia, una voce che ha in sé forti echi di García Márquez o di Isabel Allende, E dal cielo caddero tre mele consacra l'arrivo sulla scena italiana di un'autrice di spicco della nuova letteratura in lingua russa. Tradotto in quindici lingue, E dal cielo caddero tre mele ha vinto il prestigioso Premio Jasnaja Poljana 2016.

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