Biblioteca Civica Bertoliana

Novità

Giù fino al fiume

Giù fino al fiume

Innamorarsi di una cara amica, ammetterlo solo quando le viene diagnosticata una grave malattia, decidere di accompagnarla «giú fino al fiume». Tutto questo è successo a Elizabeth Gilbert, che a distanza di vent'anni da "Mangia prega ama" torna a raccontare di sé. Con l'autenticità e il coraggio che l'hanno resa famosa, Gilbert ci regala un altro memoir pieno di amore e dolore sulla fragilità umana, e su come le persone che amiamo siano insieme la nostra condanna e la nostra salvezza. «Se sei molto fortunata, diceva Rayya, potresti trovare una persona, solo una, nel corso della tua intera vita, che ti accompagnerà fino all'East River. È la persona che sa tutto di te, con cui non potresti mai fingere, anche se ci provassi. Rayya mi diceva che ero io, la sua persona con cui spingersi giú fino al fiume». Ma chi conosce New York sa che l'East River e le strade che vi conducono non sono esattamente luoghi ameni e sicuri. Si capisce dunque perché, quando Elizabeth viene a sapere della malattia in stadio avanzato dell'amica e amante Rayya, le due comincino a chiamare «il fiume» proprio la morte. Un luogo difficile, dove accompagnare chi si ama nel modo piú intenso e profondo in cui si possa amare. La storia di Elizabeth e Rayya però non è solo una storia di amore e morte, ma anche di ossessione e dipendenza, dalle sostanze, dall'affetto e dai corpi, perché l'orizzonte della fine sa cancellare ogni limite, soprattutto quello che impedisce di farsi del male. Con il suo tipico stile riflessivo e pregnante, l'autrice racconta qui un viaggio diverso da quello che l'ha resa celebre con "Mangia prega ama", un viaggio doloroso nella vulnerabilità e nella sofferenza, ma anche nella disintossicazione e nella riscoperta di sé. Perché ci vuole un grande coraggio per morire, ma un coraggio anche piú grande per vivere, prima di potersi un giorno incontrare di nuovo giú al fiume.

Il tempo dell'orologiaio

Il tempo dell'orologiaio

Carlo Malavasi, nome di battaglia “Sergio”, è stato per oltre quarant'anni una primula rossa della lotta armata: latitante imprendibile, custode di segreti che nessuno dovrebbe conoscere. Mago degli esplosivi, signore dei congegni, ha costruito meccanismi perfetti, capaci di fermare il tempo nel punto esatto in cui la vita si spezza. A strapparlo alla copertura anonima dietro cui si è nascosto a Brest, in Francia, sono Andrea Malchiodi e Vera Coen. Andrea è un professore universitario, ordinario, metodico, cresciuto con una madre che gli ha raccontato per tutta la vita di un padre lontano, morto in mare. Fino al giorno in cui Andrea scopre che quel padre non solo è vivo, ma è un assassino. Vera, invece, è una giornalista ossessionata dalla morte del padre che non ha mai conosciuto, ucciso nel 1984 in un attentato. Vuole la verità, Vera. La vuole da sempre. Ma proprio quando sembra sul punto di afferrarla, la donna scompare nel nulla. E allora il tempo accelera. E deraglia. Carlo e Andrea iniziano la caccia. Con loro c'è Martina, figlia di Andrea e nipote di Carlo: carattere ruvido, troppo simile a quello del nonno. Un trio improbabile, costretto a muoversi in un'indagine senza tracce, e con poche certezze. L'unico appiglio è una pista polverosa che affonda nel passato. Per trovare Vera, Carlo dovrà cercare i compagni di un tempo, e scovare chi lo ha venduto – quarant'anni prima – a un oscuro centro di potere che proietta la sua ombra ovunque. Dovrà scivolare nelle pieghe di quel decennio che non passa, misurando quanto possano essere profonde le disillusioni, ostinata la fedeltà a un'idea ormai sconfitta, irrimediabile il tradimento e indelebile il dolore. Perché non si esce vivi dagli anni ottanta. Il tempo dell'orologiaio è il C'eravamo tanto amati dell'ultimo assalto al cielo, ed è Il grande freddo della lotta armata, popolato da fantasmi che nessuna riconciliazione può esorcizzare. Maurizio de Giovanni dà compimento all'universo narrativo nato con "L'orologiaio di Brest", portando alla luce verità indicibili e segreti inconfessabili, in una lotta travolgente con un tempo che non assolve e che presto o tardi presenta il conto.

La gioia è un duro lavoro

La gioia è un duro lavoro

“La mancanza non toglie, è presenza. Lì dove tu non ci sei più, io continuo a sentirti.” Dalle tradizioni sciamaniche impariamo che un’anima può prendere in prestito qualsiasi forma della natura – un merlo, una pianta, il vento – anche solo per un istante, giusto il tempo di un saluto di passaggio. Nel mezzo di una passeggiata nel giardino di casa, all’alba dei suoi trent’anni, un ragazzo percepisce la presenza della madre. È l’occasione per sentirsi, ancora una volta, figlio. Nasce così un dialogo mai esistito prima, un’intimità rimandata dalla vita e interrotta dalla morte. Parole mai dette, domande rimaste sospese, affetti sfiorati e non vissuti, insegnamenti ancestrali e viaggi che li avevano separati. Ora tutto torna alla luce, con lentezza e verità. Il monologo interiore del ragazzo si trasforma, pagina dopo pagina, in un dialogo silenzioso ma colmo di senso. Lui parla, lei risponde nel modo in cui solo un’anima può farlo: attraverso il paesaggio. Lo spirito della madre lo guida in un’indagine di ricapitolazione sull’infanzia, sull’amore, sulla perdita, sulle ambizioni e sulla possibilità di guarire il passato. Sempre scortato dalla sua prosa poetica, in questo libro Gio Evan si confronta con la scomparsa della madre, cercando un senso alla sua assenza e intrecciando il dolore all’educazione spirituale ricevuta dal suo maestro. Una storia intima, sospesa tra realtà e sogno, che racconta come anche una sola mattina possa bastare per riprendersi tutto l’amore mancato. Una mattina in cui, come un’assenza vivissima, la propria madre aiuta a ricordare se stessi.

Il fuoco di Venezia

Il fuoco di Venezia

Alla fine degli anni sessanta, mentre l’uomo sta per mettere piede sulla Luna e il divorzio non è ancora legge, Elena Spina Torcellan gestisce da sola la Fornace dell’Est, nell’isola di Murano. È una donna in un mondo di uomini, che spesso le sono ostili, ma è anche competente e coraggiosa, ed è determinata a salvare la ditta insieme a Tiziano Zen, un giovane maestro vetraio, geniale e ombroso. Vengono da due mondi diversi – Elena dalla ricca borghesia, Tiziano da un sestiere popolare –, ma li unisce il vetro, li uniscono le collezioni che creano insieme, a partire dai Vetri Spaziali destinati a conquistare il mondo. Elena è già sposata e ha un figlio, ma tra lei e Tiziano nasce un amore che li accompagna per oltre cinquant’anni, un sentimento che resiste anche quando loro si perdono per poi ritrovarsi, mentre arde il fuoco del vetro, della Storia, di un incendio che forse spegnerà per sempre la Fornace dell’Est. Addii e fallimenti, sorprese e rinascite, serate alla Fenice e gite in laguna, ma anche le Brigate Rosse, la Mala del Brenta, Cernobyl’ e l’11 Settembre, e infine la crisi economica. Com’è sorprendente Venezia vista con gli occhi di chi ci è nato e ci vive... In questo romanzo vitale e pieno d’amore, Giovanni Montanaro ce la restituisce come non era mai stata raccontata: non solo una città unica, ma anche una città come tutte le altre, e soprattutto un luogo ancora pieno di speranza e di futuro, di nuove generazioni che, nonostante tutto, scelgono di vivere affacciati sullo specchio luccicante e mutevole della laguna. Perché il vetro è la cosa più forte e la cosa più fragile. Perché è la cosa che, più di tutte, somiglia alla vita.

Tre nomi

Tre nomi

Mentre fuori il vento spezza i rami degli alberi, il pianto di un neonato riempie di vita la stanza. È nato il figlio di Cora e lei, finalmente, può cullarlo. Ma non è solo una notte di nascita e tempesta. È una notte di decisioni. Il bambino ha bisogno di un nome, ma Cora esita. La scelta più semplice sarebbe chiamarlo Gordon. Il nome del padre, e di tutti i maschi della famiglia. Il nome che il marito vorrebbe imporle. Eppure, Cora sente che non è la decisione giusta. Potrebbe chiamarlo Julian, un nome che le è sempre piaciuto per il suo significato: Padre del cielo. O accontentare la primogenita Maia che le ha suggerito Bear. Il mattino dopo, la bufera è passata. Cora, invece, sente ancora infuriare dentro di sé lo stesso vento che ha messo sottosopra la città. Mentre va all'anagrafe, ferma il passeggino sotto una quercia e stringe forte la mano di Maia. Gordon, Julian, Bear. Cora deve decidere se assecondare la volontà di suo marito o ribellarsi. In tre scenari alternati, la madre dà al figlio un nome diverso. Una scelta che comporta tre vite differenti. Una decisione che innesca infinite possibilità. Perché un nome non è mai soltanto un nome. Può essere dono, eredità, promessa; oppure trasformarsi in vincolo, marchio, condanna. Può proteggere o ferire. Può esprimere amore o potere. E può cambiare un'intera esistenza. Da mesi, Tre nomi è ai vertici delle classifiche inglesi. Ha conquistato la critica più autorevole, i librai, che l'hanno scelto come libro dell'anno, e soprattutto i lettori, che lo hanno amato scatenando un passaparola inarrestabile. Questo romanzo ci spinge a riflettere sulle conseguenze delle nostre scelte e su come il nome dato a un bambino possa influire sul suo futuro. Con una scrittura intensa e coraggiosa, Florence Knapp ci trascina in una vicenda insieme intima e universale: il coraggio di prendersi le proprie responsabilità, la felicità della condivisione, la forza dei legami.

I guerrieri d'inverno

I guerrieri d'inverno

Finlandia, 1939. L'apparente silenzio della foresta è in realtà un coro di suoni e di voci. Il giovane Simo ha imparato dal padre a non trascurare alcun dettaglio. È un cacciatore esperto e conosce il respiro della volpe, sa adattare il proprio a quello dell'animale, prima di colpire. Sa valutare le distanze e quanta differenza può fare un errore di calcolo. Ciò che ancora non sa è che presto la sua precisione infallibile si misurerà in vite umane, tolte e salvate. Nell'autunno di quell'anno l'Unione Sovietica si appresta ad aggredire la Carelia, un'area apparentemente innocua, ma strategica per la sua posizione di ponte tra il fronte tedesco e quello russo. L'attacco non è immediato, passano mesi di incertezza, e in questo tempo di attesa, mentre l'inverno inizia a stringere la sua morsa, un milione di finlandesi viene reclutato. Sono giovani inesperti della guerra, un popolo pacifico che viene condotto lungo le linee di confine, senza attrezzature adatte, spesso senza preparazione. E così, nel freddo più spietato, nel cuore del conflitto più violento della sua storia, il popolo intero di un piccolo Stato si solleverà contro il nemico e, tra i suoi soldati, nascerà una leggenda: Simo Häyhä, che grazie alle insuperate doti di tiratore diventa la Morte Bianca, il fantasma inespugnabile per la schiacciante Armata rossa, il simbolo di un'incredibile resistenza, fonte d'ispirazione per i compagni in trincea. Con sguardo lucido Norek ci avvicina a Simo, ma anche a Toivo, Viktor, Leena e tanti altri, protagonisti di un destino che non hanno scelto ma di cui sono inevitabilmente gli eroi. "I guerrieri d'inverno" è un romanzo sulla durezza e sull'umanità che si confrontano durante le guerre, uno studio attentissimo a quanto è successo ed è stato dimenticato. Un romanzo che ci parla, ancora oggi, di quei luoghi in cui la Storia irrompe come una tempesta, e dove la lotta per la propria libertà si accende, senza filtri.

Latte

Latte

Bologna, 1959. Nella stessa casa vivono due donne che sono madri, in modi diversi, dello stesso bambino. Olimpia, borghese istruita e moderna, è docile a un'idea di civiltà che la vuole sposa con figli; eppure, dopo il parto, il suo corpo sembra tradirla, aprendo piccole crepe nella sua identità. Ada, invece, arriva dalla Ciociaria: è una ragazza del popolo che ha lasciato una vita domestica carica di miseria ma anche di piccole felicità per fare da balia al neonato di Olimpia. È stata scelta perché è forte e sana, come si sceglie un animale a una fiera. E lei, nella casa nuova, impara presto a farsi presenza invisibile, mentre il richiamo dei suoi affetti le pulsa dentro con forza. Diverse in tutto, Olimpia e Ada si incontrano sul terreno inatteso di una sorellanza di gesti e corpi: quello esposto e vitale di Ada e quello fragile di Olimpia, che cerca di riconoscersi nella ferita della maternità. A osservare i loro giorni è Carolina, la domestica che ha cresciuto Olimpia e che registra, defilata, l'energia che scorre tra le due donne. In controcanto, l'enigma di Pietro, un bambino abbandonato al brefotrofio di Roma nel Ventennio, riporta in superficie la memoria di uno strappo antico, forse impossibile da ricucire. Con una prosa essenziale e di scavo, capace di dare materia ai silenzi, Marina Zucchelli illumina la storia delle balie nel Novecento, fenomeno fondativo e quasi dimenticato della nostra storia. Il risultato è un romanzo d'esordio potente, che ci interroga su cosa significhi, ieri e oggi, essere famiglia.

Anche i cani a volte volano

Anche i cani a volte volano

«C’è un silenzio che ci accompagna da sempre, ma che abbiamo imparato a ignorare. È il silenzio degli animali. Un silenzio che non è assenza di voce, ma una lingua diversa, fatta di sguardi, di movimenti minimi, di respiri trattenuti. Gli animali parlano, ma non con le parole: lo fanno con la vita stessa, con il loro esserci nel mondo in modo discreto, umile, necessario.» Dacia Maraini ha sempre scritto del suo rapporto speciale con i nostri «fratelli» del mondo animale. Di quanto siano importanti per noi «umani» e di quanto sia decisivo difenderne i diritti e capirne le sofferenze. E in queste pagine, che raccolgono racconti, memorie e interventi pubblici, ribadisce il rispetto per l’ambiente (che non è solo nostro), la ferma opposizione alle pratiche di sfruttamento o al rito insensato della caccia; spiega la sua scelta vegetariana e condanna gli allevamenti intensivi. E lo fa soprattutto raccontando delle storie: di compagni di vita, di cani «che ragionano» e «a volte volano», di gatti «che si credono pantere», di «gabbiani intelligenti», di lupi, orsi, cervi e molte altre creature meravigliose (non esclusi topi e galline). Le sue favole e le sue riflessioni appassionate esplorano il legame profondo in grado di unirci a esseri tanto diversi, eppure tanto simili a noi. Per comprendere infine come essi «non ci chiedano parole, ma gesti. Non proclami, ma presenza. E forse, in quel semplice atto di rispetto, potremmo finalmente riconciliarci con la parte più autentica e gentile di noi stessi».

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