Biblioteca Civica Bertoliana

Novità

Il piede nella fossa

Il piede nella fossa

Autunno 1931. Se non fosse per le stranezze di un paziente, la vita tra le corsie dell'ospedale Umberto I di Bellano scorrerebbe con la consueta routine. Invece Mentore Carcolati, il degente in questione, ha fatto una richiesta ben precisa, determinato ad abbandonare l'ospedale seduta stante se non verrà soddisfatta, anche a costo di mettere a repentaglio la propria salute e, non ultima, la reputazione del nosocomio. Così, il primario dottor Giulio Cesare Bombazza adesso è agitatissimo; suor Anastasia, suo braccio destro, corre di qui e di là senza sapere a che santo votarsi; il becchino Adelio Dilena, convocato dal Bombazza, fa il prezioso, calcolando se nel guaio in cui vorrebbero coinvolgerlo avrebbe o no da guadagnarci. Un fermento che ha cominciato ad affilare la curiosità inopportuna di qualche suora infermiera. Ma a parte tutto, quello che chiede il paziente è una cosa che si può fare? Perché va bene assecondare le sue comprensibili e umanissime ragioni, ma non sarà per caso un reato? Consultato di nascosto, il maresciallo Ernesto Maccadò se ne è lavato le mani: il primario e la suora facciano pure come vogliono, basta che non diano motivo di pettegolezzi o peggio; per il resto lui non vuole saperne nulla. Il tempo intanto stringe, perché l'intervento chirurgico cui il Carcolati deve essere sottoposto non può aspettare, e d'altra parte bisogna trovare un donatore per accontentare la sua richiesta capestro. Donatore di cosa? Di spazio, un angolino discreto, anche anonimo, purché in terra consacrata. Nell'attesa, ci si potrebbe affidare a un modernissimo frigidaire. Le storie che si intrecciano nella Bellano letteraria di Andrea Vitali non finiscono mai di stupire. Un luogo della fantasia che coglie sempre di sorpresa il lettore, trascinandolo in un vortice di vicende e personaggi inimmaginabili. Il piede nella fossa crea così un groviglio di destini che strappano più di un sorriso e al tempo stesso inteneriscono, avvolgendoci in quelle atmosfere lacustri tra le quali a ogni alba può davvero succedere qualunque cosa.

I killer non mangiano la pizza ai funghi

I killer non mangiano la pizza ai funghi

Dopo i turbolenti e incredibili fatti di Treviso del 2015, di Walter Galati si sono perse le tracce. Negli uffici inps dove lavorava non ne sanno nulla, come non sa nulla la moglie Stefania. Forse è in Vietnam, forse altrove. L’ultimo omicidio commissionatogli dall’Agenzia di Londra era infatti una trappola: essendo a fine carriera, e conoscendo troppi dettagli, Galati temeva fosse arrivato il suo momento, anche perché per i killer andare in pensione equivale a morire. Sulle sue tracce, l’oscura figura della Colomba, killer che tutti i professionisti del settore temono ma di cui nessuno conosce la vera identità. A quattro anni di distanza, però, l’ombra della Colomba si allunga ancora minacciosissima, mentre l’Agenzia di Londra è ormai in guerra aperta con la concorrenza parigina. L’attentato terroristico alla Grattugia, l’imponente grattacielo londinese, è il segnale dell’inizio delle ostilità e Galati, dal suo rifugio sicuro, è costretto ad affilare i ferri del mestiere e a tornare in scena. Marta Coppo, sopravvissuta miracolosamente ai tentativi di omicidio del 2015, è suo malgrado ancora coinvolta, forse perché non è chi dice di essere. Come l’agente Barbato, l’unico ad aver visto in Galati qualcosa di molto più pericoloso di un semplice impiegato inps. Mentre l’Italia intera se ne sta imbambolata davanti alla tv ad assistere a un reality show surreale – Il gioco delle Moire, dove nove concorrenti si sfidano a chi ha la storia personale più disastrata –, tra killer professionisti è guerra, e capire da che parte stanno gli altri è sempre più complicato. Ironico, coinvolgente, imprevedibile, "I killer non mangiano la pizza ai funghi" gioca con l’hard-boiled e con il feuilleton, creando un mondo in cui i lettori, pur minacciati da killer professionisti e Agenzie senza scrupoli, si sentono a casa.

Mavaría

Mavaría

In mezzo alla confusione vitale di Catania e tra le strade di Ortigia, dove il mare entra nelle case, corre il racconto della famiglia Bonsangue e del suo mistero. Generazione dopo generazione, prendono forma le storie di Prospero, Fortunato, Caterina, Luciano, Carmelo... Fino a Orfeo, il più giovane e forse il più fragile, bersaglio ideale della mavaría a cui tutti loro sembrano condannati. Per salvarlo dal proprio futuro, sua madre Brigida bussa alla porta di una figura che per qualcuno è una santa, per altri una strega. E se invece questa maledizione di famiglia non venisse da forze oscure, ma da ciò che cresce nel buio della mente? Attraverso gli amori e le ferite, i destini sfavillanti e quelli compromessi, Antonio Popolo Rubbio mette in scena lo scontro tra due mondi: quello della superstizione e quello della modernità, che il buio della mente prova a illuminarlo. Quando Carmelo Bonsangue e Brigida Bottaro si parlano per la prima volta sono poco più che due ragazzini: lui corre tra i vicoli di Ortigia, lei lo osserva di sottecchi da dietro il bancone del pesce dei genitori. Brigida è quieta solo all'apparenza, dentro di sé brucia di furori incandescenti, e Carmelo capisce di volerla amare per sempre. Dal loro primo incontro, una sera su una barchetta a ridere e parlare del futuro, nasce Orfeo. In cerca di un lavoro sicuro, il nuovo ramo dei Bonsangue si sposta a Catania, una metropoli piena di caos, insidie, possibilità, inganni. Per tutti loro significa lasciare la calma assolata di Siracusa, dove nella controra può capitare di intravedere gli antichi dèi pagani, e per Orfeo soprattutto significa andare incontro alla propria sorte, perché la maledizione di famiglia sembra aver scelto lui. L'esordio di Antonio Popolo Rubbio racconta la storia di una stirpe attraversata da una spiccatissima propensione alla disgrazia: non passa mai troppo tempo prima che la fortuna avversa si manifesti e si porti via qualcuno di loro. Ma una madre sa sempre quando suo figlio è in pericolo, e così Brigida si affida alle arti di Amarilli Alaimo, che è donna di luce e insieme di ombra, una mavàra, il vero punto di fuga di questa storia. Dalle sue mani, dai suoi poteri e dalle parole che nessuno le ha mai sentito pronunciare, forse passa la salvezza di Orfeo Bonsangue. O forse no: perché in questo libro la superstizione cammina sempre accanto alla ragione, e ciò che sembra un potentissimo malocchio può assumere il volto invisibile dei traumi ereditati, e la mavaría può non essere nient'altro che il nome, antico e misterioso, con cui certe paure si tramandano di genitore in figlio.

Il cielo degli invisibili

Il cielo degli invisibili

A Roma di più sacro del Vaticano c’è solo il paninaro, anche detto lo “zozzone”: l’ultimo baluardo contro l’ipoglicemia e la solitudine, il titolare del chiosco che smercia salsiccia, wurstel, cotolette o hamburger, accompagnati da robusti condimenti ad alto apporto calorico. Il paninaro frigge, unge e sfama facendo le domande giuste. Ma la regola dello zozzone non vale solo a Roma: è un comandamento universale. Otello De Bartolo è un paninaro diverso dagli altri, è un patito della narrativa al punto da aver dedicato il suo menu ai grandi capolavori della letteratura. Ai “Panini parlanti” si addentano prelibatezze che portano nomi unici – “Guerra e pace”, “Madame Bovary”, “Delitto e Castigo” – innaffiate da salse altrettanto uniche: “Edmond Dantès”, “Smaug”, “Padron ’Ntoni”. Il chiosco è un vecchio autobus Fiat anni cinquanta, parcheggiato davanti al Policlinico Umberto I: carrozzeria blu, interni rossi, lavagna luminosa, una piccola biblioteca alle spalle della piastra e un pappagallo cenerino, Virgilio, che urla i prezzi meglio di qualsiasi registratore di cassa. Di notte, tra zanzare e clienti affamati, diventa un avamposto di umanità in una metropoli che corre senza guardare. Poi, un giorno, De Bartolo si accorge che un cliente abituale, Joseph Koné, specializzando ventisettenne presso il Policlinico, non si fa vedere da un po’. E infatti è scomparso nel nulla. A complicare il tutto si aggiungono le morti di alcuni clochard della zona. Ce n’è abbastanza per cominciare a indagare. Ad affiancare Otello nella ricerca della verità ci sono Alice Penna, la giovane aiutante che ha un talento per i social, la Marchesa Margherita, transessuale elegante e fatale, e Giuseppe, senzatetto gentile, tifosissimo del Milan. Il gruppo di detective per caso si ritroverà nei guai e finirà per scontrarsi con il maresciallo dei carabinieri Manlio Buzzini, uomo di cultura raffinata, dottore in filosofia, diverso in tutto da De Bartolo ma al tempo stesso molto simile, che rimarrà affascinato da quegli indagatori fragili e solidali. Il cielo degli invisibili è un romanzo nero e luminoso insieme, una commedia dal retrogusto amaro sulla condizione umana, la storia di una città che divora i propri figli e di chi resiste ai margini.

Lunario dei giorni insonni

Lunario dei giorni insonni

«Gli altri non sanno quanta vita si perdono, a usare la notte per dormire». Di giorno Iris ha imparato a vivere in disparte per tenere a bada ogni istinto di felicità, dopo un matrimonio naufragato e molti entusiasmi evaporati. Di notte, invece, passeggia sul lungomare sotto la luna, affinando l’arte di restare svegli. Ma l’insonnia è contagiosa, e in un settembre infuocato che non vuole più finire, il buio si popola di un’umanità bizzarra, dolente e tenera, capace di convincere Iris che la tristezza è un sentimento sovversivo di cui prendersi cura. E che non importa quanto siamo bravi a nasconderci, perché può comunque accadere che la vita ci venga a stanare. Iris non ha dubbi: per lei l’inferno sono gli altri. Il paradiso invece è Alert, l’insediamento umano più a nord del pianeta, dove riposano in ibernazione tutti i sogni che non ha realizzato. Ma ormai persino ad Alert i ghiacci si sciolgono, e lontano migliaia di chilometri, in un residence sul mare che è un perfetto campo di osservazione delle piccole assurdità umane, Iris affronta la sua solitudine durante un’estate senza fine, in cui anche la natura è in preda a un disastro che ci somiglia. A quasi cinquant’anni, dopo un matrimonio fallito, Iris si è trasferita lì a vivere con Jacopo. Condividono l’affitto e qualche mania, nient’altro. Lei lavora online insegnando letteratura a manager in cerca di citazioni pronte all’uso, e intanto compone mappe per orientarsi nel caos. Ma soprattutto si scopre parte di una stirpe antica e smisurata: quella degli insonni, creature di confine che abitano il tempo rovesciato della veglia. Una confraternita segreta, sparsa ovunque, fatta di chi teme i sogni perché sa che dicono il vero, e di chi, come lei, cerca nella notte una possibilità. Nelle sue passeggiate notturne incontra anche Aida, una vecchia vicina che ha dimenticato molte cose, inclusa la ragione di un dolore che però non la abbandona. Ed è questo legame, così strambo da apparirle innocuo, a dilatare improvvisamente il suo orizzonte. Perché per quanto tentiamo di resisterle, la vita si infiltra dappertutto. Elvira Seminara ha scritto un romanzo effervescente, ipnotico, in cui ci regala una protagonista spigolosa e stralunata il cui sguardo sa però sempre posarsi sulla bellezza nascosta del mondo.

Ed è un poco la notte e un poco l'alba

Ed è un poco la notte e un poco l'alba

«Scappa, Serafina.» È con queste parole che l'anziano Geremia, in un pomeriggio caldo di sole, mi mette in allarme. Ma ancora non posso immaginare che questa terra sta per mutare volto e temperamento, forse per sempre. Nella Zona libera della Carnia, finora, la guerra è stata una tempesta distante, che ha strappato gli uomini dai nostri paesi ma non ha ancora lacerato del tutto gli animi. Quello in arrivo è però un vento nuovo e spaventoso, che soffia da Est e porta sconvolgimenti. E da oltre il grande fiume giungono infine carovane di cavalieri delle steppe, con copricapi di pelliccia e lunghe spade ricurve, che entrano nelle nostre case prendendone possesso. La nostra terra è la loro terra promessa, questa non è un'invasione ma un insediamento. Io, che da sempre abito un luogo di confine, chiamata a custodire i respiri e a evocarli; io, che da sempre ho in me il cuore delle donne che mi hanno preceduto e il soffio della donna che voglio essere; io vivo con sgomento questi giorni fatti di fuochi da campo accesi sulle assi dei pavimenti lustri, di animali riparati nelle cucine, di saccheggi e violenze. Ma vedo anche la meraviglia dei cammelli che pascolano nei campi, lo stupore fanciullesco degli invasori nel salire su una bicicletta, le danze russe nelle piazze, alla luce di antichi fuochi, le loro donne guerriere, i canti liturgici ortodossi, lo splendore delle icone. Io, che sono ombra, non posso più stare al liminare: devo farmi luce, in questa lunga notte, per trovare l'alba. Con Ed è un poco la notte e un poco l'alba, Ilaria Tuti disvela la compassione nella barbarie, l'incontro nello scontro, l'esodo nell'invasione e, infine, la speranza nella tragedia. Racconta l'incontro tra due popoli che sulla carta dovevano sottomettere e soccombere, e che infine hanno imparato a conoscersi, trovando in ciascuno un riflesso dell'altro. E ci mostra che è possibile superare ciò che sembra insuperabile, sopravvivere allo sconvolgimento del proprio mondo, perdere ogni cosa e ricominciare. È possibile perché non lo ha fatto qualche eroe immaginario, lo hanno fatto i nostri anziani, continuando a cercare la vita dove sembrava essere rimasta solo cenere.

Ci basterà mangiare il vento

Ci basterà mangiare il vento

Ambientato tra Singapore e Torino, il nuovo romanzo di Gianluca Gotto è il racconto potente e sincero di un uomo che, dopo aver tentato in tutti i modi di tenere a distanza la vita - con la sua meravigliosa imperfezione e la sua preziosa e a volte dolorosa imprevedibilità -, scoprirà che stare bene può essere semplice come giocare a mangiare il vento. "Quella sera mi aveva insegnato una cosa: a godere delle cose piacevoli senza pensare che finiranno. Perché se la paura di soffrire dopo ti frena prima ancora di iniziare, allora la tua vita non può contemplare tramonti, viaggi, sogni, concerti, legami. Non può contemplare niente di ciò che finisce. E dunque non può contemplare niente di ciò per cui ha senso vivere." Il protagonista di questo romanzo è cresciuto convinto che "casa" possa essere il posto più pericoloso al mondo e che non possa esistere amore senza paura e sofferenza. Ora però, dopo anni di vagabondaggio e di ricerca spirituale, vive a Singapore in un equilibrio all'apparenza perfetto: tai chi all'alba, lavoro da ghostwriter nei café della città, arrampicata in palestra. Conosce a memoria il Dhammapada e si comporta secondo i suoi principi, come un monaco fuori dal tempio. E quando il mondo cerca di turbarlo, si chiude nella sua stanza del vuoto e medita finché non ha lasciato andare ogni sentimento negativo. Sembra esserci riuscito, a tagliare il filo che lo legava alla violenza e al dolore della sua infanzia. Sembra aver spezzato il suo karma familiare, come gli aveva promesso un guru in un ashram indiano. Finché una notte, nell'ascensore di un hotel, incontra Giorgia. Impulsiva, disordinata, incapace di stare da sola, Giorgia rappresenta tutto ciò che lui ha voluto escludere dalla sua vita: le emozioni, il caos, il desiderio, le cose troppo umane, troppo vive. L'amore. E anche se quell'incontro finisce nel modo più inaspettato, nelle sue convinzioni si apre una crepa: a cosa serve dimenticare il dolore del passato se questo significa rifiutare di vivere il presente?

Il sole nelle pozzanghere

Il sole nelle pozzanghere

Ogni oggetto custodisce una storia. Ci ha visti amare, piangere, stringerci a qualcuno, restare soli. Gli oggetti che ci sono appartenuti sanno chi siamo stati o chi siamo, e se potessero parlare racconterebbero la verità su di noi. Forse per questo, a volte, ce ne sbarazziamo. Ma c'è un signore capace di ascoltarli. Di sentire, nella loro voce, il concerto del mondo. È lui il protagonista di questo romanzo. Il signor Pi apre sempre alle otto e dieci del mattino, mai alle otto in punto, perché dice che le cose importanti hanno bisogno di qualche minuto di ritardo per farsi desiderare. Il suo negozio sta in una via piccola, laterale, e sull’insegna c’è scritto solo «Rigattiere». Il mestiere del signor Pi è recuperare oggetti usati, rotti o difettosi, per rimetterli in circolo: e sí, per lui è una cosa importante. Perché sa che ciascuno di questi oggetti porta con sé un carico affettivo, la traccia delle famiglie, delle stanze in cui ha vissuto, delle relazioni cui ha partecipato, come dono, scenario, o come semplice testimone: cucine, orologi, cartelle, chitarre, orecchini… Sa che questi oggetti contengono sogni, desideri realizzati oppure no, amori finiti, parenti perduti, una memoria che non si può cancellare. Sa che, in fondo, tutti siamo «la storia abbandonata di qualcun altro». Quando tocca quelle cose, al signor Pi sembra di sentire la storia che racchiudono. Ed ecco che in questo romanzo fiabesco eppure pieno di vita vera – pieno di tutte le nostre vite, che leggendo riconosciamo – si dipana un universo variegato di voci e personaggi, che davanti al suo bancone si incrociano, intrecciandosi. Il negozio diventa cosí un luogo per le seconde occasioni. Non soltanto per gli oggetti, ma anche per coloro che, con i propri rimpianti e ferite, lo frequentano. Compreso il signor Pi.

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