Biblioteca Civica Bertoliana

Novità

Come un cavallo appeso al soffitto

Come un cavallo appeso al soffitto

Che cos'è l'arte se non il tentativo folle e bellissimo di catturare l'eterno attraverso l'effimero? Eppure se l'arte classica o rinascimentale nel farlo ci appaiono comprensibili e appaganti, quella contemporanea, invece, ci sembra fredda, cerebrale, provocatoria come un adolescente anche se ha già quasi un secolo, superficiale, ma anche complicatissima. E se invece fosse solo lenta? Gli artisti e loro opere ci impongono di fermarci, di osservare, di giocare e di farci venire dei dubbi sul mondo e sull'esistenza. Forse reagiamo con diffidenza e ostilità solo perché non siamo più abituati a questa incertezza e vogliamo anche dall'arte risposte veloci e senza equivoci. In "Come un cavallo appeso al soffitto" Nicolas Ballario, divulgatore e curatore d'arte, attraverso lo sguardo ironico e ingenuo del giovane giornalista protagonista di questo romanzo, ci trasporta in un'appassionante scorreria, raccontandoci, in bilico tra narrativa e saggistica, una sorprendente storia dell'arte contemporanea e le opere, le filosofie, i talenti delle grandi personalità che l'hanno popolata. Da Cattelan a Rothko, da Hirst a Bourgeois, da Mapplethorpe a Basquiat, da Sherman a Höller, e poi Yoko Ono, Christo, Parr, Gilbert & George, Kapoor, Beuys, Buren, Warhol fino a Miuccia Prada e David Byrne. Una storia inventata, ma verosimile, che mischia la realtà al possibile, la vivacità del romanzo all'accuratezza del saggio, e in cui epoche, correnti artistiche, morti e vivi si incontrano in un presente sospeso a Venezia. Del resto l'arte contemporanea è di per sé un crocevia: è politica quando serve farsi sentire, design quando occorre costruire un oggetto possibile, storia quando bisogna ricordare, musica quando i concetti non bastano. Urti, esperimenti anche sbagliati, alla costante ricerca di quella possibilità, rarissima, remota, di tenere insieme emozioni, idee, oggetti, esseri viventi che normalmente non dovrebbero convivere, in un istante meraviglioso di equilibrio perfetto.

La giornalista ribelle

La giornalista ribelle

Padova, 1868. Nei salotti eleganti di una città ancora attraversata dai fermenti post-unitari, Eva Faré, giovane donna dell'alta borghesia, si muove con grazia impeccabile, ma dentro di sé avverte il peso di una gabbia invisibile. A soffocarla non è soltanto il duro corsetto dell'etichetta ma l'ombra del padre Dagoberto, rigido custode dei valori del passato, che ha già deciso il suo futuro: un matrimonio d'interesse con il nobile Nicola Carraresi. Mentre la società pretende da lei obbedienza e silenzio, Eva, grande lettrice, coltiva in segreto la passione per la scrittura. Sarà l'incontro con Gualberta Alaide Beccari, fondatrice del periodico «La Donna», a cambiare per sempre la sua esistenza. Quando il padre le proibisce di frequentarla e di scrivere, infatti, Eva lascia la casa paterna abbandonando ogni agio e cerca rifugio nella redazione del giornale. Ma diventare giornalista significa riuscire a guardare dove gli altri distolgono lo sguardo, dare voce alle donne che nessuno ascolta e raccontare una realtà più dura, ma anche più autentica. Significa anche, per una donna, affrontare i pregiudizi dei colleghi uomini, che non le risparmiano diffidenza, ostilità e critiche. Così, nel ruolo d'inviata, tra strade affollate, appostamenti e rivolte popolari, Eva imparerà quanto sia pericoloso raccontare la verità, nel tentativo di dimostrare che l'indipendenza femminile non è un sogno irraggiungibile, ma una conquista fatta di istruzione, coraggio e impegno. Perché la libertà non è un dono: è una scelta da difendere, anche quando il prezzo è altissimo.

La piccola cameriera

La piccola cameriera

Prima dell'alba, quando Parigi è ancora immersa nel sonno, una giovane domestica attraversa il freddo con la disciplina silenziosa che scandisce le sue giornate. Entra nelle case degli altri come un'ombra necessaria e invisibile, destinata a servire senza lasciare traccia. Eppure, sotto l'obbedienza dei gesti e il peso delle gerarchie sociali, custodisce un tumulto segreto: una memoria ferita, un dolore senza voce, un ostinato desiderio di dignità. Nella casa dei Daniel, dove il tempo sembra essersi cristallizzato attorno a un reduce mutilato dalla Grande Guerra e a sua moglie, prigioniera di una fedeltà che ha il volto della rinuncia, la presenza discreta della ragazza finisce per incrinare l'ordine immobile dell'abitudine. Tra loro si crea un legame oscuro, tessuto di paura, compassione, vergogna e reciproco riconoscimento. È nello spazio fragile e quasi impercettibile di questo incontro che il romanzo dispiega la sua forza: non nel clamore degli eventi, ma nella lenta rivelazione di ciò che la sofferenza infligge agli esseri umani e della bellezza che, malgrado tutto, continua a resistere. C'è una rara alchimia in questo romanzo di Bérénice Pichat: una trama costruita con grande maestria, in cui la tensione è palpabile a ogni pagina; una scrittura originale, capace di dare forma alla concretezza del quotidiano quanto al tremore dell'indicibile; scene di grande intensità che dischiudono la possibilità fragile, inattesa e quasi scandalosa di una vicinanza tra vite che il mondo vorrebbe irrimediabilmente separate.

Felice

Felice

Felice: quando ti battezzano con un nome come questo, il destino è fin da subito una sfida. Ma Felice e i suoi fratelli, Mauro e Richeto, sono troppo piccoli per saperlo. Sanno soltanto che la mamma all'improvviso se n'è andata, lasciandoli alla mercé di un padre incattivito dall'alcol e, a vegliare su di loro, soltanto le cime aguzze delle Dolomiti e una piccola biblioteca di libri che sarà la salvezza di Mauro. L'infanzia trascorre così, in mezzo a una natura che chiede di crescere in fretta, per misurarsi con la roccia e con il vento. Felice si fa grande in un lampo, non ha ancora diciott'anni ed è già alto quasi due metri. Armato soltanto della sua giovinezza, parte per la Germania in cerca di fortuna. Promette ai fratelli che guadagnerà i soldi per comprarsi un bel vestito, che a Mauro porterà un orologio... È il 1968, i giovani si preparano a cambiare il mondo. L'avventura di Felice Corona, invece, finisce sul bordo di una piscina, dove viene trovato morto pochi mesi dopo la sua partenza. A quasi sessant'anni da quel giorno, mentre la notte avvolge la valle del Vajont, Mauro Corona trova il coraggio di misurarsi con questa assenza. Lo fa con la forza della sua scrittura: come i poeti antichi, osa varcare la soglia del regno dei morti per incontrare Felice e affida a lui il compito di raccontare la propria storia. Da un aldilà immaginato come un'immensa solitudine, in cui le anime vagano nel vento, Felice non fa sconti. Costretto, come lo sono i morti, a dire la verità, non risparmia al fratello le parole più dure e sincere, facendogli da specchio in un confronto crudele. Ma al tempo stesso rievoca gesti e memorie nei quali chiunque porti nel cuore la nostalgia per un destino spezzato potrà trovare qualcosa di sé. Ne nasce un libro potente e spietato, ma anche intriso di una dolcezza segreta e di un'addolorata umanità.

Le donne di Rosenhag. [2], Il segreto delle rose

Le donne di Rosenhag. [2], Il segreto delle rose

Karlskrona, 1910. Marlene e Liv provengono da mondi opposti: la prima è la vedova di un capitano di Marina, naufragato insieme alla sua nave e all'intero equipaggio; la seconda è, invece, sposata con un facoltoso armatore privo di scrupoli. Insieme hanno dato vita a Rosenhag, trasformando la casa di un guardacaccia, immersa tra le rose, in un rifugio per donne in cerca di aiuto che non sono più in grado di provvedere ai loro bisogni. Un porto sicuro dove queste non solo si sostengono, ma condividono segreti inconfessabili e trovano il coraggio di essere sé stesse lontano dal giudizio del mondo. Ma la serenità di Rosenhag è destinata a incrinarsi quando alla porta di Marlene si presenta un giovane identico al marito. Il riemergere di verità sepolte e questioni mai risolte minaccia di sconvolgere ogni equilibrio. E mentre il passato torna a reclamare il suo posto, Liv dovrà lottare per sfuggire alle trame spietate del marito Sten, ultimo ostacolo tra lei e la possibilità di amare ancora. In un'epoca che vorrebbe relegarle all'obbedienza e al silenzio, le due amiche combatteranno per difendere i propri sogni e la propria libertà. Sapranno trovare la forza per affrontare chi vorrebbe piegarle e impedirne il riscatto? Il capitolo conclusivo della dilogia delle Donne di Rosenhag porta a compimento il destino di due protagoniste indimenticabili, forti e appassionate. Una saga familiare intensa e coinvolgente che celebra il coraggio di perseguire i propri desideri, nonostante tutto.

La settima vita di Jessica Fletcher

La settima vita di Jessica Fletcher

«Resto ammutolita, con gli occhi fissi sullo schermo della televisione che continua a parlare di me. Vespasiana, la mia amica che insegna yoga, mi direbbe di cambiare canale e di sintonizzare i miei chakra su qualcosa che mi faccia distrarre. Quindi metto su Rete 4 e ci trovo Jessica Fletcher che sta risolvendo l'ennesimo omicidio. A questo punto è sempre più chiaro che Jessica Fletcher non è più mia amica. Che vada a farsi fottere.» All'alba del 1° dicembre, sotto una pioggia scrosciante, Alice si ritrova - con i mutandoni color carne, il pigiama peloso e un coltello in mano - sulla scena di un crimine. E pensare che, dopo una notte di fuoco col suo bel commissario (volato subito dopo in Malesia per lavoro), era corsa fuori di casa per cercare il suo perfido gatto Camillo che sembra svanito nel nulla... Mai avrebbe pensato che sarebbe finita così, interrogata da un ispettore implacabile convinto che lei sia un'assassina: forse anche per il fatto che Alice, sbadatamente, aveva appena picchiato un agente? E quindi - agli arresti domiciliari, in piena gogna mediatica e incastrata anche in un maledettissimo club dell'uncinetto con lemaranteghe e il suo ex Piercoglione - per potersi scagionare, Alice inizierà a indagare, ma finirà per dubitare anche di se stessa. Per scoprire la verità, dovrà trovare il coraggio di entrare in un mondo fatto di rancori antichi, di paure travestite da valori, di silenzi che non sempre proteggono chi se lo merita - e capirlo dall'interno, anche quando fa più orrore. La settima vita di Jessica Fletcher è una storia di gatti che non sono mai dove pensi che siano, di corrieri che recapitano mazzi di fiori inattesi, di un Natale conquistato con la famiglia che conta più di tutte, e di donne che imparano - di nuovo, con enorme fatica - che in certi momenti scegliere è l'unica cosa che nessuno può fare al posto loro.

C'era una volta la verità

C'era una volta la verità

Ogni anno vengono prodotte migliaia di nuove fiabe per bambini e adulti, mentre il cinema, il teatro, il balletto, l’opera, le arti visive e la pubblicità ne reinventano linguaggi e significati. Tra le numerose riscritture dei classici – letture innovative che mettono in discussione le narrazioni convenzionali – e i molteplici usi commerciali, la fiaba – a tutti gli effetti un’istituzione culturale – attraversa epoche e media diversi senza mai perdere la propria attualità. Quale bisogno soddisfano queste storie, allora, se vengono riproposte sotto forme sempre nuove? Che cosa ci spinge, in un tempo segnato da crisi di ogni genere, a tornare a foreste incantate, streghe, animali parlanti e oggetti magici? Insomma: perché non possiamo fare a meno delle fiabe? Per Jack Zipes, uno dei massimi esperti di letteratura per l’infanzia, la risposta a questo interrogativo è presto detta: le fiabe continuano a essere attuali perché portano alla luce le contraddizioni e le menzogne su cui spesso si fonda il potere e, sfidando quest’ultimo, offrono «speranza in tempi in cui questa sembra mancare». Con un’analisi che attraversa secoli di storia culturale, in queste pagine Zipes ripercorre l’evoluzione della fiaba: dai classici più amati – «Hänsel e Gretel», «Il gatto con gli stivali» – alle visioni di E. T. A. Hoffmann e ai mondi immaginati da L. Frank Baum, fino alle moderne – e controverse – riletture Disney, la fiaba non ha mai smesso di reinventarsi e di parlare al presente, continuando a esercitare un’influenza senza eguali sul nostro modo di immaginare il mondo. Le fiabe nascono dunque dal desiderio e dal bisogno di figurarsi un’esistenza diversa, sono mondi alternativi in cui l’impossibile diventa possibile e dove anche gli «ultimi» possono ribaltare il proprio destino. È nel «prodigioso» – nelle metamorfosi, negli incantesimi, nelle prove da superare – che la fiaba custodisce il suo nucleo più autentico: la speranza che la realtà possa essere trasformata. Perché le storie migliori, come scrive l’autore, «non muoiono, né mentono», ma continuano a indicarci la strada per condurci fuori dal bosco, verso un altro finale possibile.

È facile smettere di mangiare carne se sai perché farlo

È facile smettere di mangiare carne se sai perché farlo

Questo libro affronta uno dei temi più divisivi e urgenti del nostro tempo: la necessità politica, etica, sanitaria ed ecologica di smettere di mangiare carne. Per Anna Dalton non è solo una battaglia ideale, ma un percorso personale, nato dall'urgenza di condividere una consapevolezza maturata sulla propria pelle e di metterla al servizio di una verità ancora ampiamente ignorata. Per cominciare, l'autrice scardina l'idea di sacrificio legata a questa scelta: a volte non servono sforzi titanici per salvare il mondo; può essere sufficiente un'omissione consapevole. Vale a dire, smettere di compiere un'azione che consideriamo ovvia, ma che è alla base del collasso ambientale, oltre che di molti problemi di salute umana e legati al trattamento degli altri animali. Nel corso delle pagine, demolisce pezzo dopo pezzo il nostro analfabetismo alimentare, senza fare sconti e andando dritta al punto: è finito il tempo in cui i «veg» dovevano accontentarsi di essere una minoranza osteggiata; oggi, dati alla mano, è evidente che hanno ragione. Con tagliente ironia, Dalton parla direttamente al nostro vissuto, toccando le corde dei pranzi in famiglia, delle ricette della nonna e della tanto decantata tradizione culinaria italiana, mettendone a nudo i paradossi. Il suo non è un manifesto ideologico, ma un libro che si ancora nella realtà dei fatti e ci mostra come il carrello della spesa sia una delle armi politiche più potenti di cui disponiamo. Vegetarianismo e Veganismo. "In questo libro ho deciso di concentrarmi sul primo gradino, l'eliminazione del consumo di carne. Con l'auspicio che sia solo il primo di una lunga scala che ci porti a migliorare tutti come cittadini e come esseri umani."

La santa di casa

La santa di casa

Nel febbraio del 1956, mentre su Napoli cade la neve, Alena D'Angelo mette al mondo quattro figli tutti insieme. Tre arrivano piangendo con tutta la forza che hanno in corpo. La quarta, Mariastella, lascia il mondo poco dopo averlo salutato, con un sorriso. Da quel momento Alena abita due mondi. Da una parte c'è la vita quotidiana: i figli da crescere, i conti che non tornano, un marito incapace di amare. Altrove, negli anfratti della mente, sotto la pelle e nelle viscere, c'è Mariastella, la bambina senza tempo. Una religione privata, la presenza a cui rivolgersi per attraversare tutto ciò che la vita riserva. Nelle parole della figlia perduta, che ribattezza Santa di casa, Alena trova una guida, la confidente più intima e la giudice più severa. Intanto il Paese cambia. Quella di Alena diventa la storia di un popolo intero. L'Italia e Napoli conoscono il boom economico, l'epoca degli scioperi e della lotta politica, la liberazione sessuale, la scandalosa ferita dell'eroina. La famiglia D'Angelo - folta, bellissima e disperata - vive un'epoca di cambiamento tuffandosi nella vita a capofitto. Poi, all'improvviso, un evento straordinario cambia ogni cosa. Patrizia Rinaldi scrive un romanzo di grazia ed eleganza impareggiabili. La storia di Alena e della santa privata è una dedica alla vita e a chi, spesso, si è sentito un po' fuori posto. Ma è anche una dichiarazione d'amore a Napoli, patria di contraddizioni, superstizione e meraviglia, una città aperta e segreta, dove il sacro e il quotidiano si confondono fino a diventare la stessa cosa.

Tibet

Tibet

Una certa immagine del Tibet sembra resistere al passare del tempo: quella, idealizzata, di un paradiso terrestre dove ritrovare una purezza altrove smarrita. La realtà, naturalmente, è ben più complicata: ottant’anni di occupazione cinese e di rivolgimenti politici nella regione, e le ondate di emigrazione e la frammentazione dei territori storicamente abitati dai tibetani che ne sono conseguite, rendono difficile oggi anche solo capire dove batta il cuore di questa antica civiltà. Quello che la Cina ha ribattezzato Regione autonoma del Tibet, per esempio, potrebbe non essere il luogo ideale dove trovare le vestigia di una cultura così ricca di fascino. Meglio forse cercare in altre regioni cinesi limitrofe o in India e Nepal, dove esistono enclave storiche e importanti insediamenti di profughi. Una famiglia residente nella Regione autonoma che volesse far crescere i propri figli immersi nella cultura tibetana farebbe meglio a spedirli all’estero per garantire loro accesso alla propria lingua e alle proprie tradizioni. Il destino di molti bambini, infatti, è di venire separati dalle famiglie in tenera età per essere istruiti in mandarino e indottrinati secondo l’ideologia del Partito. Anche la vita monastica, in un luogo dove un tempo fioriva una delle maggiori concentrazioni di monasteri al mondo, è oggi strettamente controllata dal potere centrale di Pechino. Eppure, sembra che proprio nella Cina che per decenni ha tentato di soffocarla, l’identità tibetana stia vivendo una – pur sinistra – rinascita: sorgono nuovi «villaggi nomadici» che assomigliano a parchi a tema, si ricostruiscono in pompa magna monasteri rasi al suolo durante la Rivoluzione culturale, mentre nelle metropoli di tutto il paese spopola la «febbre tibetana». Per fortuna, non è tutta appropriazione culturale e altrove esistono anche esempi di autentico risveglio, come il recupero di alcuni monasteri del Mustang raccontato in questo volume. Se la civiltà tibetana è potuta finora sopravvivere, soprattutto all’estero e nell’esilio di Dharamsala, è stato grazie alla tenacia del suo popolo, al lavoro diplomatico, al sostegno indiano e dell’Occidente, al carisma e alla notorietà del Dalai Lama. Ma si tratta di un equilibrio fragile, che può spezzarsi da un giorno all’altro, ed è quindi importante – oggi più che mai – continuare a parlare di Tibet perché non diventi un paradiso perduto, questa volta per sempre.

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