Biblioteca Civica Bertoliana

Novità

Cento milioni di anni e un giorno

Cento milioni di anni e un giorno

Alpi occidentali, agosto del 1954. Stan, paleontologo quasi alla fine di una carriera accademica di scarso successo, convoca Umberto, il suo vecchio assistente e grande amico, in un villaggio sperduto tra Francia e Italia per un progetto segreto. O meglio, per inseguire un sogno. Di quelli così importanti, radicati e lucidamente folli che non si possono ignorare. Un sogno che ha la forma di un fossile misterioso. Apatosauro? Diplodoco? O addirittura brontosauro? Nessuno lo sa veramente, le tracce sono labili. Ma per Stan l’antico mostro dorme, sicuramente, da qualche parte lassù, nel ghiaccio. Se lo scopre sarà, finalmente, la gloria, quella che non ha mai avuto e che forse non ha mai veramente cercato, ma che ha sempre sognato. Quella che renderebbe orgogliosa la madre, morta da tempo, e dimostrerebbe al dispotico padre che il figlio è riuscito a farcela. Per ottenerla, però, bisogna salire fino a dove l’uomo raramente mette piede, dove freddo, altitudine e solitudine stringono in una morsa il cuore di chi osa avventurarsi e dove anche i rapporti di amicizia più saldi rischiano di spezzarsi. Riusciranno Stan, Umberto, il suo giovane assistente Peter e Giò, la silenziosa ed esperta guida, a restare uniti, a raggiungere il fossile nascosto nel ghiacciaio e, soprattutto, a sopravvivere? Stan conosce benissimo i rischi, ma sa anche che la strada per il suo sogno è una sola, bisogna salire. "Cento milioni di anni e un giorno" è un inno alla bellezza delle ossessioni, alla fragilità degli uomini, alla potenza dei ricordi e delle storie che ci portiamo dentro e ci accompagnano anche quando sembrano svanire nella neve.

Le donne di Piazza del fico

Le donne di Piazza del fico

Roma, 1864. Luisa Stecca aiuta le donne dei rioni in una città ancora governata dal potere papale, tra vicoli polverosi, conventi, botteghe e un'umanità che sopravvive come può. Assiste gravidanze spesso clandestine e accoglie ragazze e madri di famiglia a casa sua, in piazza del Fico. Tra queste donne c'è Angela Carbone. Nata da una famiglia sfortunata, è una ragazza decisa a uscire dalla povertà che la soffoca. Con l'aiuto della sorella, Gertrude, e di una non convinta Luisa, ordisce un inganno perfetto: finge una gravidanza per legarsi al ricco cavaliere Armando Bachino, e quando nasce il figlio di Amalia, una giovane abbandonata a sé stessa, lo fa passare come suo. Ma la verità è una forza che scava e chiede di essere ascoltata. Attorno al piccolo Armando si creano tensioni, affetti, recriminazioni: la madre naturale lo rivuole, la madre adottiva lo difende, il cavaliere si scopre tradito ma incapace di rinunciare a quel bambino. E mentre Roma si avvicina alla caduta del potere temporale del Papa, anche le illusioni di Angela iniziano a sgretolarsi. Tra confessioni, rivelazioni e un vero processo, si dipana una storia di donne ferite ma ostinate, di maternità negate e inventate. Attraverso la combinazione brillante di avvenimenti realmente accaduti e documentati negli archivi ecclesiastici, Margherita Pelaja pone domande attuali sul significato di parole come famiglia, amore, appartenenza. "Le donne di piazza del Fico" racconta un passato lontano e riesce nel miracolo di costruire una voce urgente, elegante e attuale.

Gli ultimi della lista

Gli ultimi della lista

Agosto 1944. Parigi è ormai vicina alla Liberazione, ma dalla Gare de l’Est continuano a partire treni carichi di deportati, tra cui un convoglio composto da trentasette ufficiali dei servizi segreti alleati. Tra loro, il comandante Forest Yeo-Thomas, inviato speciale di Churchill; il capitano Harry Peulevé, membro dello Special Operations Executive; e il tenente Stéphane Hessel, agente dei servizi segreti della Francia libera. Destinazione: il Block 17 del campo di concentramento di Buchenwald. A tre settimane dall’arrivo, i loro nomi appaiono in una lista di uomini da giustiziare. Cercando la complicità della resistenza clandestina del campo, i tre ufficiali riescono infine a mettere a punto un piano tanto incerto quanto rischioso: darsi alla fuga assumendo l’identità di alcuni prigionieri del vicino Block 46, il “blocco delle cavie”, rimasti vittime degli esperimenti condotti dalle squadre mediche naziste per formulare un vaccino contro il tifo. "Gli ultimi della lista" ritrae tutte le forze in gioco a Buchenwald, triangoli verdi e rossi (i prigionieri comuni e quelli politici), guardie SS e Gestapo, esplorando gli equilibri alla base di quella che Primo Levi chiamò “la zona grigia”: un’area di compromesso tra persecutori e vittime, dove le possibilità di sopravvivenza dipendevano anche dal grado di complicità, resistenza e doppio gioco nei confronti dell’ordine imposto dai nazisti. Conciliando una minuziosa ricerca storica e gli espedienti drammatici del romanzo, Grégory Cingal cattura tutta la tensione emotiva di questa vicenda che ha dell’incredibile, trasponendola in una corsa mozzafiato contro il tempo.

Partenze

Partenze

“Partenze” è la storia di due amori, quello fra il giovane Stephen e la giovane Jean e quello fra il vecchio Stephen e la vecchia Jean. È la storia dell’anziano jack russell Jimmy, deliziosamente ignaro della propria caninità. Ed è la storia di uno scrittore di nome Julian, alle prese con gli scherzi della memoria, le fallacie del corpo, e quella speciale partenza a cui non segue alcun arrivo. I AM: Io Sono, naturalmente. Ma anche l’acronimo di Involuntary Autobiographical Memory, quella memoria autobiografica involontaria che, a partire da uno stimolo sensoriale (per intendersi, il sapore della madeleine intinta nel tè, nel caso di Proust), rievoca un preciso evento del passato. Illuminante corrispondenza o mero gioco linguistico? Se è vero che «la memoria coincide con l’identità e viceversa», sembrerebbe valere la prima ipotesi. D’altra parte, un ricordo non mediato dalla volontà, e dunque dalle molte narrazioni e autonarrazioni che se ne fanno, è davvero tale? E, in definitiva, vale la pena di essere ricordato? Prendiamo il caso di Stephen e Jean – alto, allampanato, gentile studente di filosofia lui, attraente, caustica, benestante studentessa di letteratura russa lei. Julian li conosce all’Università di Oxford negli anni Sessanta, quell’epoca di libertà sessuale tanto decantata ma raramente sperimentata, e, un po’ terzo incomodo un po’ mezzano, li fa incontrare e innamorare. Poi la vita fa il suo corso e quarant’anni dopo Julian non resiste alla tentazione di rifarsi Cupido, «scrivendo» un nuovo capitolo della loro unione. Nel raccontare le loro storie d’amore, la prima come la seconda, lo scrittore-demiurgo fa affidamento sulla memoria e gli appunti personali. È lecito domandarsi quale grado di verità tali supporti garantiscano alla narrazione. Anche quando deve fare i conti con la propria caducità, quando una diagnosi infausta stravolge le categorie grammaticali trasformando i suoi tempi verbali da futuro in passato, è il Julian scrittore a prendere il sopravvento. «È stato tutto molto interessante» è il suo commento, a proposito di bagni di realtà brutali, pratiche mediche invasive, e dell’invidiabile condizione del cane di Jean e Stephen, Jimmy, a differenza di lui ignaro della propria mortalità (nonché del fatto stesso di essere cane). “Partenze” è un’opera di fantasia, ma questo non significa che non sia vera; è un libro giocoso, arguto e irriverente, ma questo non significa che non stringa il cuore a ogni pagina. «Possiamo e dovremmo fidarci degli scrittori quando ci raccontano meravigliose bugie sui loro romanzi». Julian Barnes lo scrive a proposito di Marcel Proust. O forse no.

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