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Libro antico: galleria
Annibale Caro: Edizioni Eneide con la traduzione di Annibale Caro
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vedi Fortuna e tradizione a stampa dell'Eneide tradotta da Annibal Caro in pdf
"Vidi attaccata alla parete d'incontro una tavola dipinta:
la sua dipintura rappresentava una istoria d'amore."
(da A. Caro, Gli amori pastorali di Dafni e Cloe)
Annibale Caro
500 anni fa nasceva a Civitanova Marche Annibale Caro, una delle figure importanti del primo Cinquecento che ha lasciato una testimonianza importante per la cultura e anche il teatro. Ebbe la sua prima formazione nell'ambito dell'Umanesimo Italiano, che si era diffuso anche in tutta Europa e impregnava di sé la cultura e l'importanza che l'uomo come centro avesse sempre ben chiaro che egli è per conoscere e vivere il mondo, dando ad esso un pieno significato, ma disgiungendo gli studia humanitatis da quelli divinitatis.
Una prima preparazione fu raggiunta grazie al letterato Rodolfo Iracinto di Teramo, che gli trasmise soprattutto l'amore per i classici. Nel 1525 si trasferì a Firenze, ancora centro, seppur in decadenza dell'umanesimo italiano ed ebbe come maestri Benedetto Varchi e Pier Vettori, filologi di grande importanza e si immerse nella lettura dei grande trecentisti. Dante, Petrarca e Boccaccio. Il suo interesse si volge anche allo studio del filosofo Aristotele ed inizia a studiare la Retorica e approfondisce proprio la nozione di inventio che non deve essere un esercizio sofistico, ma un chiaro tentativo di spiegazione e dimostrazione. Si trasferisce a Roma al seguito di monsignor Giovanni Gaddi e vi rimane, svolgendovi tutta la propria carriera di letterato e traduttore. Entra ben presto a far parte di importanti Accademie come quella dei Vignaioli. Si avvicina a circoli valdesi, che facevano capo ad esponenti della famiglia Gonzaga. Compie diversi viaggi tra cui uno importante a Venezia dove consoce Pietro Aretino e Sperone Speroni, ma Roma resta la sua patria, dove inizia a produrre le sue opere, tra cui il Commento di ser Agresto da Ficaruolo sopra la farina Ficata del padre Siceo e la Diceria composta in omaggio al naso di Giovanfrancesco Leoni. Sempre a quest'epoca risale La statua della Foia, ovvero di Santa Nafisa, che si può, forse, ritenere la composizione più riuscita di questi anni. Tra il '37 e il '38 traduce anche gli Amori pastorali di Dafni e Cloe di Longo Sofista e porta a compimento la versione della Rettorica aristotelica. Data al 1543 il suo preciso interesse per il teatro, che iniziava proprio nel primo Cinquecento la sua nuova strada moderna a partire proprio dalla Celestina di De Rochas. Appare la commedia gli Straccioni, che però non ritiene mai degna né di essere rappresentata né di essere pubblicata, per la sua spiccata "romanità", ambientata com'era in Campo de' Fiori, Una questione letteraria, un'accusa - diciamo pure così - di "leso petrarchismo" impone all'attenzione degli uomini di cultura la persona del Caro. Nel 1553, infatti, Ludovico Castelvetro indirizza ad Aurelio Bellincione una netta stroncatura della canzone del Caro, Venite all'ombra de' gran gigli d'oro, dedicata alla monarchia di Francia. Ne nasce un'aspra querelle tra i due letterati: il Caro compone una Apologia - che pubblica nel 1558 -in cui difende recisamente sé e la sua opera. La polemica tra i due si sposta dalla letteratura alla cronaca, e accende gli animi di molti, finché il Caro riesce a volgere a suo favore la situazione addirittura accusando il Castelvetro di aver commissionato l'omicidio di un suo seguace, Alberico Longo, oltre a farlo condannare a morte in contumacia e a ottenerne la confisca dei beni. È un trionfo: Annibal Caro è all'apice del successo, tanto che uomini di Curia e intellettuali tengono la sua parte in questa vicenda che da letteraria si è trasformata in palcoscenico mondano.
Il clima permissivo di cui Roma aveva goduto nei quindic'anni del pontificato di Paolo III, cede progressivamente il passo al rigore sempre crescente dettato dalle indicazioni del Concilio di Trento. Il canzoniere del Caro, le Rime, è un eccellente riflesso di questo trapasso: in esso si accostano poesie d'ispirazione comica e valdesiana, a versi ispirati ai più rigorosi dettami della Riforma cattolica, come gli ultimi componimenti, in cui il poeta contempla l'approssimarsi della fine e il pericolo di perdere l'anima seguendo i falsi idoli del mondo, di cui però lui stesso è vittima, come quando si vanta della commenda di Rodi e del relativo stemma
Annibal Caro è divenuto, ormai, un personaggio Col passare degli anni, i rapporti con il cardinale Alessandro si deteriorano fino ad arrivare alla rottura nel 1563, quando Annibal Caro si trasferisce a Frascati. Presso i resti che riteneva della villa di Lucullo, si fa costruire la sua, chiamata Piscina, e, libero da impegni, si può dedicare toto corde ai suoi dilettissimi studi. La podagra, tuttavia, gli rende la vita impossibile fino al punto che è costretto, per curarsi, a far ritorno a Roma ove, il 20 novembre 1566, muore.
Tra le tante opere scritte da Annibale Caro, senza dubbio è la versione in enedecasillibi sciolti dell'Eneide di Virgilio, compiuta tra il 1563 3 il 1566, che gli assicura perpetua memoria. La traduzione doveva essere in realtà la base per un componimento epico che il Caro aveva in mente. In realtà più che una traduzione letterale, il Caro intese compiere un rifacimento proprio nella prospettiva dell' imitatio rinascimentale, che tendeva a rendere non una fedeltà, ma riproporre lo spirito proprio dell'epica vigialiana. Il risultato è che la traduzione è una "bella infedele",che rimarrà ineguagliata. L'Eneide del Caro viene pubblicata postuma, nel 1581, dal nipote Lepido per i tipi di Bernardo Giunti di Venezia: la dedica, di mano del nipote, è al cardinal Alessandro Farnese.
La traduzione ancor oggi apprezzabile ci consente di comprendere come il rapporto con la poesia antica non è solo opera filologica, ma è inveramento nello spirito e attraverso questo nella comprensione di un mondo, quello antico appunto, che non è solo un oggetto della storia, ma è parola viva e classica, perché perenne. Ogni epoca dall'umanesimo in poi realizza un suo particolare rapporto con l'antichità, ma quello di Annibal Caro resta esemplare e indicativo proprio perché offre l'occasione di una relazione umana con il mondo della poesia virgiliana. Agisce nella traduzione del Caro più l'elocutio che l'inventio, ma ciò non stravolgere gli equilibri dell'opera latina, ma piuttosto ne riplasma l'atmosfera, condotta anche secondo la lezione linguistica di Dante e Petrarca, modello di ogni poetare.
Il verseggiare del Caro fa scuola, si impone come modello di scrittura, i cui echi si ritroveranno nel Seicento, nel Settecento e, ancora, nell'Ottocento. Per rendere appieno la fortuna e la portata storica dell'operazione condotta da Annibal Caro, tuttavia, non basta limitarsi a considerazioni sulla lingua e sullo stile o sull'etica cavalleresca e cortigiana, aspetti questi pur fondamentali e fondativi nell'analisi del nuovo poema. L'Eneide del Caro rappresenta il punto d'arrivo di un processo, iniziato già dall'Umanesimo quattrocentesco e di cui il Giangiorgio Trissino fu uno dei primi di un diverso atteggiamento nei confronti degli autori classici, antichi o moderni che siano, anche studiando il modo di verseggiare, prediligendo gli esametri e gli endecasillabi sciolti per tradurre la poesia latina.
Lo stesso dibattito riemergerà, alla fine del XIX secolo, quando si vorranno recuperare "barbaramente" i metri greco latini, ma con esiti più dirompenti. Le soluzioni del Carducci, di creare versi barbari secondo la lettura grammaticale, ossia basata sugli accenti delle parole, e del Pascoli di rimodulare versi neoclassici, basata sulla lettura ritmica, ossia sull'individuazione di sillabe lunghe, brevi, semilunghe e semibrevi in italiano, non avrà come risultato che la dissoluzione della metrica tradizionale e la ricerca di altri sistemi liberi rispetto alla tradizione poetica precedente. Questo problema, postosi già come si è visto nel Quattro Cinquecento, però, era stato risolto - prima degli sperimentalismi carducciani e pascoliani - anche grazie all'Eneide del Caro, che aveva dimostrato tutte le potenzialità dell'endecasillabo. Lo sciolto divenne veramente l'esametro italiano: in questo metro, infatti, non vennero solo tradotte l'Iliade da Vincenzo Monti, l'Odissea da Ippolito Pindemonte o la Farsaglia da Francesco Cassi - tanto per fare qualche esempio -, ma furono composte opere originali come Il giorno di Giuseppe Parini o Le Grazie di Ugo Foscolo.
Oggi la traduzione dell'Eneide esercita ancora un fascino nel mentre ci invita a considerare che la traduzione non si può limitare ad un versione testuale e letterale, seppur filologicamente e metricamente corretta, ma deve cogliere l'esprit di un'epoca e di un poeta per riproporci il valore del classico, al di là del tempo storico.
Italo Francesco Baldo
03/05/2007
Elizabeth Blackwell : A curious herbal
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Introduzione
Artista inglese del diciottesimo secolo, Elizabeth Blackwell è conosciuta per la sua eccezionale bravura nel disegno e nell'incisione di illustrazioni botaniche.
Le piante in genere e le piante officinali in particolare furono per lei oggetto di intensi studi.
Fu curatrice del Chelsea Physic Garden, dove ebbe l'opportunità di scrivere tra il 1737 e il 1739 il suo Curious herbal: 500 tavole disegnate dal vero, incise e colorate ad acquerello di sua mano. Numerose furono le piante esotiche provenienti dal nuovo mondo disegnate per la prima volta, che aggiornarono la tradizione del testo botanico illustrato, e concorsero a determinare il successo all'opera.
A curious herbal e Antonio Turra
Per la pubblicazione della prima edizione dell' A curious herbal venne lanciata una sottoscrizione. Uscirono 125 fascicoli settimanali, ognuno dei quali contenenva quattro tavole illustrate e una tavola di testo descrittivo della pianta e delle sue proprietà medicinali.
L'esemplare della Bertoliana proviene dalla biblioteca di Antonio Turra, medico e botanico, che fu direttore dell'orto botanico del vescovo Marco Corner e segretario dell'Accademia agraria di Vicenza. Nella Serenissima fu tra i pochi a credere nel valore dell'opera di Elizabeth Blackwell, e sostenerne l'impresa economica attraverso la sottoscrizione.
Antonio Turra
Medico e botanico vicentino del diciottesimo secolo, Antonio Turra diresse l'orto botanico del vescovo Corner e di esso lasciò il Catalogus plantarum horti Corneliani methodo sexuali dispositus anno MDCCLXXI, atque ab Antonio Turra elaboratus.
Stimato dal Goethe, nel suo Viaggio in Italia il poeta annotò riguardo la visita a Vicenza:
"Quest'oggi ho fatto visita al dottor Turra. Per cinque anni egli si è dedicato con passione alla botanica; è riuscito a mettere insieme un erbario della flora italiana ed ha inoltre fondato sotto il vescovo passato un giardino botanico."
Iniziò a scrivere un'importante Vegetabilia Italiae indigena, methodo linneiano disposita in cui classificò e descrisse le prime diciannovesime classi del sistema linneiano. Alla esposizione delle caratteristiche di ogni specie seguono una scelta di sinonimi, la denominazione volgare, la indicazione dei luoghi nativi ed egli usi medici, economici ed agricoli.
Turra pubblicò nel 1780 il Florae italicae prodromus, catalogo di circa 1700 specie italiane, classificate secondo il metodo di Linneo, al quale è aggiunto il supplemento Insecta vicentina.